venerdì 30 gennaio 2009

I semi


Incominciamo a parlare di filosofia.
Voglio dire, di onlus ce ne sono anche troppe. Coprono (o copriamo) i bisogni a macchia di leopardo senza un coordinamento col rischio che spesso si lascia scoperta una necessità e che a volte due in contemporanea facciano la stessa cosa a cinquanta metri l'una dall'altra.

Meglio chiarire un concetto: la nostra organizzazione è venuta dopo, i primi tre anni i soci fondatori mettevano personalmente mano al portafoglio e senza agevolazione o sgravi, davano del proprio. Non è neanche il vantaggio fiscale, che comunque è importante, la ragione dei Semi di sorriso.
La vera ragione è che per operare legalmente, con un minimo di credibilità, occorreva una forma giuridica riconosciuta e la onlus per questo fine, va benissimo.

Altro punto che mi piace sottolineare è che, nonostante ci siano molte persone che ci indirizzano il loro contributo tramite la dichiarazione delle tasse (e di quanto si riesca a fare con questi contributi ne parleremo dopo), Semi di Sorriso preferisce lavorare a “progetti chiusi” ossia progetti che abbiano un piano, degli obiettivi possibilmente misurabili e solo in un secondo momento si ricercano i finanziatori/contributori.
Questo modo di operare permette di sottoporre a conoscenti, amici o anche semplicemente persone con cui entriamo in contatto e che vogliono partecipare, di sapere a priori quale sarà l'impegno economico o di tempo che dovranno mettere.
L'impegno dell'associazione è di dare logistica, informazioni e, se dovesse sopravvenire un impedimento, sostituirsi al benefattore fino a quando non si trova chi lo sostituisca in pianta stabile.

Altro impegno di Semi di Sorriso è di selezionare i progetti, cosa non banale da quelle parti. Perché di cose da fare ce ne sono tante, ma di persone affidabili secondo i nostri standard un po' meno.
In effetti uno dei grossi problemi ad operare in Africa è proprio il diverso peso che alcuni fattori hanno nella nostra cultura e nella loro. Il tempo, L'impegno, la relatività delle cose. Chi non capisce questo avrà grossi problemi in Africa, grandi frustrazioni e forti dolori di fegato.
Un esempio per tutti: il tempo.
I locali hanno come noi il concetto di tempo ma una differenza fondamentale è la visione temporale di sé stessi. Noi riusciamo a pensare a noi tra un anno, loro, mediamente, no. E questo, se uno prevede investimenti che porteranno benefici tra uno o due anni è un problema di non poco conto. Perché preferiranno sempre il piccolo beneficio immediato piuttosto che aspettarne uno più grosso.
L'arco temporale maschile è di circa 3 mesi (casualmente il raccolto). Chi, anche in questo caso, ha una marcia in più sono le donne. Loro a due – tre anni ci arrivano (casualmente, il fuori pericolo di un bambino). Con loro si possono fare progetti di più ampio respiro, senza contare che mediamente non bevono (l'alcol è un problema in Africa) e che, vista la bassa considerazione sociale di cui godono, quando vengono responsabilizzate, ne fanno un punto d'orgoglio personale arrivare al risultato. Lavorare con le donne è molto più immediato per la nostra forma mentis europea.

domenica 25 gennaio 2009

La potenza non è nulla senza il controllo :-)


Tutte le mattine penso all'Africa.
No, non sono un inguaribile romantico, è che, l'Africa lascia le sue cicatrici. Sull'anima, di sicuro, ma anche sul corpo, se non stai più che attento.
Lì dentro c'ero io, insieme al "pilota" locale e al medico della spedizione.
Essendo la nostra una compagnia seria, il nostro medico, socio e concretamente impegnato non poteva che eseere....un ginecologo.

Giorgio, questo è il suo nome, varesotto verace, ginecologo di talento e uomo che ha avuto la fortuna di far nascere più di diecimila bambini. Compagno di viaggio fantastico, un po' meno come compagno di stanza, visto che il suo respiro notturno è più prossimo ad una motosega che a qualcosa di umano.
Giorgio è più miracolato di me, mentre la macchina girava più volte, ho quest'immagine di lui buttato fuori dal finestrino e ricatapultato dentro prima che la vettura si adagiasse sul suo lato.

Oggi ci ridiamo sopra, mentre eravamo lì, ridevamo un po' meno.
Abbiamo riso poco aspettando l'aereo che ci avrebbe dovuto riportare a Pemba (Dio benedica il telefono satellitare). Abbiamo riso poco volando di notte sopra un Mozambico rischiarato dalle fiamme (centinaia d'incendi) abbiamo riso poco quando atterrando è mancata a 50 metri dal suolo la corrente in tutta la città spegnendo di botto i fari che illuminavano la pista e sicuramente non ho riso io entrando nell'ospedale in contemporanea ad un altro incidente, un po' più grande del nostro: si era ribaltato un camion. Il problema è che i camion, vista la penuria di mezzi di trasporto, quando non trasportano terra, trasportano gente e quello cappottato aveva il cassone con su una cinquantina di persone.
Vi risparmio le scene. Me le ricorderò per molto.

Oggi ci ridiamo sopra, fantasticando sul reale lavoro dell'improvvisato "pilota", e sulla fortuna di esserne usciti quasi completamente interi.
Intanto abbiamo imparato una lezione: l'Africa non ti perdona niente, quindi controlla sempre almeno tre volte. Equipaggiamento, notizie ed informazioni. Mai prendere per buono quello che ti dicono, controllalo sempre, non importa il grado del tuo interlocutore, controlla. E questo vale per i nostri progetti. Trovare persone che diano un resoconto costante, perché se non controlli, sparisce tutto sotto gli occhi.

Tutte le mattine, la mia schiena mi ricorda l'Africa, e mi ricorda di controllare.

giovedì 22 gennaio 2009

ilha de mozambique

Ok, meno romanticismi.

Ilha de mozambique. Merita il viaggio.
E' la vecchia capitale del paese.
Caduta in disgrazia dopo la decolonizzazione, oggi rinasce grazie al turismo.
Arrivarci via terra è facile, qualche ora di jeeps (s non casuale, sempre almeno 2 macchine in Africa. Gli autogrill e le colonnine sos non sono contemplate) e si arriva ad un ponte ad una corsia. Niente di grave, è l'unico accesso all'isola (Ilha).
Diventa più grave se si considera che il ponte è lungo 3 chilometri e che le macchine devono viaggiare sincronizzate per poter giungere alle piattaforme poste ad intervalli regolari che consentono di accostare e far passare chi viene nel senso contrario. Se ci si sbaglia, sono ore di sceneggiate degne della commedia napoletana dei bei tempi.
Se la guardia che da il segnale per la partenza ha visto giusto, se avete viaggiato alla velocità giusta e se vi hanno lasciato passare arrivate al casello, pagate la tassa d'ingresso ed imboccate l'unica via che porta alla parte bianca dell'isola. A destra e a sinistra c'è il mondo.
Vediamo di capire cos'è successo nell'isola. La strada si è col tempo trasformata in una sopraelevata perché l'isola è fatta a due piani: non potendo trasportare dalla terraferma i materiali, ai lati della strada si è scavata la pietra calcarea (ex coralli, probabilmente) per fare i mattoni delle case dei bianchi colonizzatori. Scava scava, si sono passati i tre metri e in quello spazio è nata la parte nera dell'isola, il villagio è nell'interrato e sopra la strada che arriva alla parte portoghese.
Lì ci sono palazzi splendidi, diroccati ed occupati da decenni. L'incuria tipica dei locali non ne cancella la magnificenza, l'isola doveva essere stupenda se eri bianco ed armato.
Lì trovare alberghetti deliziosi è uno scherzo, qualcuno gestito da italiani e spesso con cuochi che non sfigurerebbero in qualunque metropoli.
Eppure i palazzi non sono moltissimi, manca della materia.

La materia la trovate andando un po' più avanti, non potete non vederla: Fortaleza Sao Sebastiao è tosta, imponente, c'è mezza isola nelle sue mura. Attraversate i bastioni, la piazza d'armi, visitate gli spalti, le cisterne d'acqua. Vedrete anche la cappella di Nossa senhora de baluarte, considerata il più antico edificio dell'africa equatoriale ove è seppellito il primo vescovo del giappone (eh sì, i portoghesi e con loro i gesuiti, per andare in Giappone, facevano scalo in Mozambico, il che potrebbe spiegare perché coltello in Mozambico si dice katana).

Poi vedrete due cose che fanno rizzare i capelli in testa.
Una è una fossa profonda 3 - 4 metri e lunga una decina. Digressione storica: i portoghesi, presero il posto degli arabi intorno al 1500 ma le acque erano infestate dai pirati, islamici e non.
La pirateria non era vista benissimo e le cacce ai briganti si svolgevano con regolare frequenza. Non che i pirati fossero degli stinchi di santo ma se li prendevano vivi, li gettavano nella fossa. Pioggia, sole (due anni fa si toccarono i 56 gradi), poco cibo e sofraffollamento provvedevano a trasformare quegli uomini in relitti umani, bestie che si scannavano per i rifiuti che i soldati gli lanciavano. Chi sopravviveva, veniva estratto dopo un 6 - 12 mesi quando veniva un giudice dal portogallo, giudicato pro forma, portato dietro la fortezza, fucilato in una specie di teatrino, antico surrogato della televisione e da lì gettato in mare che anche gli squali devono campare. Amen.

La seconda cosa è la foto d'apertura: quello che si vede sul fondo è ciò che resta di un pontile ove con l'alta marea attraccavano le navi. Su quel pontile sono passati migliaia di schiavi.
Ehhh già, ecco svelato l'arcano: Ilha de Mozambique era una stazione isolata ove si concentrava la manodopera gratuita dell'impero portoghese. Commercianti di schiavi arabi e bantù, sì, la schiavitù era normale tra neri, portavano la loro merce e, quando non venivano caricati anche loro sulle navi, ricevevano come compenso le perle d'africa: perle di vetro, oggi ricercati souvenir, erano la moneta di scambio. Vetro contro vite, da un'idea del valore.

No, decisamente l'Africa non è un paese di compromesso. Bellezza, violenza, eleganza, ferocia sono state e sono a tuttoggi senza mezze misure. Bisogna tenerselo sempre in testa, quando si parla di quella terra.

lunedì 19 gennaio 2009

Pemba, questa sconosciuta


O meglio ex sconosciuta.

Cinque anni fa era meta per turisti fuori dagli schemi, oggi le Quirimbas, isole di una bellezza struggente, ne fanno il posto ideale per chi vuol fare vacanze "laguna blu's style" ma con tutti i confort dei cinque stelle.

Se cercate Pemba in rete, quasi sicuramente finite su un'isola in Tanzania. Se usate Google earth e come chiave usate Pemba, Mozambico vi spedisce in un paesino nel centro del paese. Che volete, non hanno fantasia coi nomi da quelle parti.
Per trovarla mettete Porto Amelia, vecchio nome della città prima della decolonizzazione. Forse a Google ci sono dei nostalgici.

Se avete perseverato e ci siete arrivati allora, Signore e Signori, vi presento la terza baia più grande del mondo, da un anno patrimonio dell'umanità e tutelata dall'Unesco.
La città si sviluppa sulla penisola in basso. la stima è di circa centocinquantamila persone, l'anagrafe è letteralmente un optional, nel senso che se vuoi, a diciotto anni vai e ti registri se no, non è importante.
Se escludiamo le costruzioni coloniali portoghesi e dei casermoni in cemento del periodo socialista (il Mozambico ha ancora il kalashnikov sulla bandiera) la popolazione vive in capanne di fango e pietre. Con la corrente, ma sempre capanne di fango sono. Le latrine sono poche e sicuramente non le trovi nei quartieri più poveri e popolosi che, per inciso, sono anche quelli posizionati nei punti più belli della città, il che, visti i piani di sviluppo turistici, non fa presagire niente di buono per la popolazione. Poveri Vs ruspe. Mi sa che vincono le seconde.
La mancanza di latrine provoca, nella stagione delle piogge, fiorenti epidemie di colera che unite alla malaria, alla lebbra e all'aids contribuiscono ad un'efficace selezione naturale.
L'aids merita un capitolo a sé. La campagna di prevenzione c'è, e martellante. La distribuzione dei preservativi è gratuita e ad ogni angolo il red ribbon è presente a ricordare il silenzioso nemico. Di contro c'è che alcuni riti iniziatori come la circoincisione maschile di gruppo o i quelli della maturità femminile prevedono scambi di sangue e altro. Se a questo aggiungete una promiscuità sessuale da far impallidire Rocco Siffredi, potrete facilmente capire perché la stima è di un 33% della popolazione infettata. Uno su tre non è male, non raggiunge lo Swaziland ma si difende.
Fatta una foto della situazione adesso vediamo la tendenza: migliora. A parte l'Aids, le altre malattie sono in regresso. La malaria la fa da padrona ma i farmaci riescono a limitare il danno, le prime opere pubbliche riescono a limitare il colera, e la lebbra, almeno in città, è curabile con ottimi risultati.
La resistenza intrinseca della popolazione che, per cultura, nasconde il male invece che curarlo, piano piano sta cambiando e all'ospedale o alle onlus operanti in loco vanno sempre più persone.
Un benessere portato dal turismo sta facendo fiorire piccole imprese locali con caduta a pioggia di benefici economici sulla popolazione.
Se dicessi che a Pemba è dura vivere, francamente mentirei. Pemba cresce. Come ancora non si sà, ma cresce. Cellulari, autovetture, computer. Ancora oggi contrastano con le strade in terra o le case in fango. Ma sempre meno. Le strade iniziano ad asfaltarsi, le case iniziano ad essere in muratura. Pemba inizia ad assumere la forma di una città con standard quasi europei. Ma con davanti le spiagge tropicali e il mare africano e dietro una terra mozzafiato. Il che aiuta.

Non importa cosa hai fatto nella giornata, il tramonto su quella baia ti ripaga di tutto.

domenica 18 gennaio 2009

Mal d'Africa



Il mal d'Africa è un male complesso.

Come tutte le cose complesse si può scomporre in parti più semplici MA prese singolarmente non descrivono l'insieme.
E l'insieme è una brutta bestia.

Vigliacco. Il mal d'Africa è vigliacco, non ti affronta di petto, ti lavora dentro lentamente. E quando te ne accorgi è tardi, non te ne vuoi più liberare.
Sei malato e felice.

sabato 17 gennaio 2009

Perché il Mozambico?

Per caso. O quasi.

Girando per l'Africa mi venne voglia di applicare quello che avevo imparato al master (o che avrei dovuto) in un progetto no profit.
L'idea del camper/sala operatoria non era mia ma di un medico che conosco da anni. L'idea c'era, ma dove farlo? Voglio dire, l'Africa è grande, molto grande. E con tante problematiche diverse. Spesso si ripetono, ma per essere più efficace è meglio circoscrivere l'area e studiarne i bisogni.
E allora ho viaggiato. Sud Africa, Zambia, Botswana, Namibia. Per piacere, lo ammetto ma mentre ascoltavo i leoni e toccavo i cieli, parlavo con i direttori dei campi dove ero applicando il concetto di chiedere e lasciar parlare.
Sei su sei indicarono il Mozambico. Ottimo segno.
In effetti era il paese ideale: strutturato, povero a sufficienza per poter fare molto con poco ma abbastanza evoluto da non rischiare di veder cancellato tutto in una notte.

Incominciai a prendere informazioni sulla sala operatoria viaggiante e un aiuto insperato arrivò da un'Amica che mi introdusse ai militari, dopo tutto chi meglio di loro? Però, se sono bravissimi a montare in poche ore un ospedale, loro hanno il vantaggio che gli si chiede efficacia e non efficienza. Per loro i soldi non sono un problema, per me sì.
Parlando con un generale medico oculista, venne fuori che lui aveva fatto, tra le tante, una missione in un paese africano. Un paese bellissimo dove sarebbe voluto tornare immediatamente. Il paese? Beh, facile, il Mozambico.
Lui mi indirizzò a Sant'Egidio.

Cos'è? è un miracolo italiano. Un'associazione di matrice cattolica straordinaria, nata dai quartieri di Roma pochi decenni fa e oggi opera a livello mondiale. Grazie a loro è terminata una delle guerre civili più sanguinose d'Africa. La pace siglata a Roma tra le Fazioni della Renamo e Frelimo è merito loro. Chi sono Frelimo e Renamo? Facile i due partiti del Mozambico.
Solo perché non voglio entrare nelle grosse organizzazioni se no, proverei con S. Egidio.
L'inizio non fu incoraggiante, molta diffidenza, poi un filo diretto grazie ad un conoscente e l'incontro con Mario Marazziti. Ma Mario merita un post tutto per lui.

A questo punto entra in scena un Amico. Si chiama Alessandro. Parlai con lui una sera, mi ascoltò e non disse nulla. Quando gli dissi dei militari allora esclamò: "ma allora fai sul serio, bene, la cosa m'interessa, posso partecipare?". Oggi è il presidente di Semi di sorriso.
Alessandro porta Francesco e Francesco porta Matteo che sta facendo un'impresa in un paese africano. Quale? Ma via, è evidente, il Mozambico.

Troppe coincidenze. Il Mozambico chiamava come una sirena e noi ci siamo fatti stregare dal suo canto. Ancora oggi ne siamo ammaliati.

Alessandro, Francesco e Matteo. Con loro è iniziato tutto. E va avanti.

venerdì 16 gennaio 2009

Per iniziare, la fine

Ok, incominciamo con la chiusura di un cerchio.
Cinque anni fa andai per la prima volta in Mozambico con due Amici.
L'idea originale era totalmente diversa: pensavamo di organizzare presso delle missioni collegate via ponti radio, dei centri di degenza post operatoria.
Lì si potevano concentrare i bisognosi di interventi chirurgici e portare una sala operatoria mobile con chirurghi a bordo che operassero in loco per una settimana, poi andavano all'altra missione e così via.
Siamo finiti a sostenere un centro per bambini idrocefali.
Di cliniche mobili non c'era bisogno, di aiuto a bambini considerati un rifiuto sì.

I fattori di scelta sono stati sia razionali che emozionali.
Intanto c'erano due donne a dirigerlo, Laura e Teresa, esseri straordinari, e se è vero che le donne spesso hanno una marcia in più, in Africa (tranne poche eccezioni) sono le uniche che hanno una marcia.
In secondo luogo perché entrando in quel centro un bambino con una testa grossa come un pallone da basket ci è gattonato incontro e ha sorriso.
Quel bambino non è più un bambino. Si chiamava Muindi. Era nato condannato a una fine precoce e ad una vita da reietto. La prima condizione si è avverata, la seconda no. Qualitativamente la vita di Muindi è stata più che discreta. Si è spento dopo che è morta la sua compagna di giochi. L'ultimo desiderio una torta. L'ha avuta e se ne è andato.
Muindi non è più un bambino, è una missione. Tutto è più facile quando hai una missione.

Oggi il centro chiude, ne sono morti troppi tutti insieme.
Intendiamoci, non c'è speranza per loro, possiamo solo dargli dignità e una torta, ma questa volta si sono spenti insieme e allora ci sono "gli spiriti cattivi" e i bambini non li portano più.
Un centro per bambini senza bambini non ha senso, no? Ma la missione non è finita, si trasforma. In Africa bisogna avere la forma dell'acqua.