domenica 12 luglio 2009

Latito

E' vero, è innegabile.
Sto trascurando il blog. E un blog non aggiornato non è un granché.

Pazienza, a mia giustificazione posso dire che preferisco dedicarmi a questo spazio quando ne ho veramente voglia. Oggi ne ho.

Questa settimana ci ha visto impegnati su vari fronti, non ultimo la riunione di fine tour.
Si tirano un po' le somme e si confronta con l'anno precedente, si decidono che operazioni continuare, quali chiudere e l'impostazione che si vuole dare all'associazione.

Le cose crescono. Anche Semi di Sorriso. Da un lato mi dispiace, non tanto per un fattore egoistico, ma perché acquisendo una dimensione maggiore, alcuni progetti, i più impegnativi, vengono un po' spersonalizzati. D'altra parte, a progetto grosso spesso servono grandi risorse ed è impensabile che una persona si faccia carico di compiti troppo onerosi.

Io mi sono ritagliato un piccolo progetto (in realtà 2 ma ad uno la controparte Mozambicana si è volatilizzata, se torna, vedremo) di base naturalistica ma che comporta la formazione di nuovi guardiaparco (formazione e lavoro) per un progetto di anagrafe delle specie presenti nel parco delle quirimbas.
Una maggior coscienza del loro patrimonio forse fermerà il massacro e magari permetterà ad un turismo più sensibile a questi valori di apprezzare la regione e portare un po' di ricchezza nelle tasche della popolazione (turismo responsabile)

Buffo. Da piccolo volevo fare il ranger, oggi aiuto dei ranger a formarsi. Mi viene in mente Pausch e la sua lezione "realizzare i sogni dell'infanzia". In effetti oggi mi sento meglio :-)

lunedì 15 giugno 2009

Parco delle Quirimbas 2



Ho scritto un lungo post sul giro che abbiamo fatto e l'ho cancellato. Non è coerente col blog.
Il parco invece sì.

Il giro che abbiamo fatto ha mostrato potenzialità enormi dal punto di vista turistico e ambientale.
Venticinque anni di guerra sono stati orribili ma, in compenso, hanno tenuto lontano uno sfruttamento intensivo dei territori.
Intendiamoci, lungo la costa la foresta è nuova, gli alberi hanno più o meno una ventina d'anni, segno che lo sfruttamento agricolo, basato sul brucia, coltiva, abbandona è passato anche da lì, ma laforesta si riprende anche i terreni impoveriti, se la si lascia lavorare.
Gli animali ci sono, leopardi, elefanti, iene e leoni hanno contatti con la popolazione, non sempre positivi, scatenando un bracconaggio che minaccia seriamente la loro sopravvivenza.
Solo alcuni operatori, i più avveduti, stanno coinvolgendo i locali nella salvaguardia della fauna. Ci vorranno anni per creare i parchi modello sudafricano, che con il loro flusso di turisti, porterà a pioggia un po' di ricchezza ai locali, e sperare che questi attendano in attesa di una ricchezza futura è illusione. La manciata di dollari che le zanne e le pelli, vendute nonostante i divieti internazionali ai trafficanti asiatici, è fonte di sussistenza immediata e, come già detto, l'africano mediamente ha un orizzonte temporale limitato.
Coinvolgerli nella salvaguardia e pagarli per questo è l'unica alternativa di successo da proporgli.

E funziona molto bene. Quelli che vedete su sono una minima parte dei lacci usati dsai bracconieri sequestrati nell'ultimo anno in una piccola parte del parco presidiata da un sudafricano che ha assoldato un esercito di quaranta ex bracconieri per tenere aperte 100 km di strade (provate voi in una foresta tropicale :-) ) e per ripulire la foresta dalle trappole.
Sembra impossibile ma qualcosa si muove e ciò è bello.

domenica 14 giugno 2009

Parco delle Quirimbas 1

Avendo concluso in tempo record gli appuntamenti, ci siamo regalati un giro un po' fuori dagli schemi.
In particolare grazie a Luca, Biologo, il lato scientifico dell'associazione, abbiamo visitato alcuni posti all'interno del parco delle Quirimbas.
Le Quirimbas sono delle isole spettacolari di cui ho già parlato e di cui parlerò ancora. Se avete in mente paesaggi "la mia Africa" style andateci prima che sia troppo tardi. Non so che impatto avrà il turismo su di loro, ma ora sono quasi intonse, se evitate le principali.
Sono delle isole, dicevo, ma in realtà, il parco che le comprende si estende all'interno sulla terraferma. In questo modo si tutelano, o meglio si dovrebbero tutelare, ecosistemi diversi ed integrati tra loro.
Luca è specializzato in ornitologia e conduce uno studio molto particolare sulle popolazioni del cielo africano. Mi piacerebbe che ne parlasse lui in un post.
Il problema è che non è un ricercatore da salotto, nel bush si trasforma e ritorna cacciatore, raccoglitore. Zanzare, sanguisughe, tafani, caldo, freddo non lo toccano. A me sì :-)
Però, a parte quello, grazie a lui ho visto posti che mai mi sarei sognato di vedere e un Mozambico celato al turista.
Dimenticate i safari preconfezionati sudafricani, qua gli animali devi sudare per vederli, ammesso e non concesso che li trovi. In cambio però vedi quello che vide il dr. Livingstone ai tempi che furono: una terra meravigliosamente primitiva, con odori, colori e spazi che per noi europei sono ormai preistoria.

mercoledì 27 maggio 2009

Riflessioni

Sono rientrato.

Mi sono preso qualche giorno prima di postare qualcosa, più che altro per metabolizzare il tutto.

Francamente quest'anno è stato un viaggio un po' diverso.
Per la prima volta ho passato più tempo a girare fuori dalla città che a dedicarmi alle attività dell'associazione. In parte perché il Mozambico è un paese di una bellezza struggente e in parte perché le cose che avevo da fare si sono risolte con precisione svizzera.
Per la prima volta, preso un appuntamento, non sono intervenuti fattori di disturbo. Tutto si è svolto nei tempi e nei modi convenuti. La cosa mi lascia basito: sta a vedere che qualcosa cambia.

E in effetti qualcosa è cambiato. Per esempio ci sono macchine dappertutto. L'anno scorso erano una rarità, oggi no.
Tutti girano col cellulare. L'anno scorso era uno status che pochi avevano. Manca ancora una copertura adeguata per il numero di utenti, ma ci sarà (provate a telefonare tra le 17 e le 22. Impossibile, rete occupata)
Infine, è arrivato il wifi, la banda è ridottissima ma c'è. L'anno prossimo probabilmente sarà a regime e magari riuscirò a mantener fede all'idea iniziale di postare quotidianamente il diario di bordo dei viaggi. Questa volta era impossibile :-)
Un boost incredibile. Cosa porterà non so, ma cambiando l'IN è probabile che cambi l'OUT.

Mi lasciano perplesso due cose: primo, il salario medio non è cresciuto in modo significativo. Come fanno a pagare un cellulare con due mesi di stipendio e a vivere ancora non è chiaro. Secondo, è arrivata la droga pesante in città. Entrambe le cose non fanno presagire niente di buono.
Ora sono le 4 del mattino, a Pemba questa era l'ora del risveglio, qua spero di riuscire a dormire. Dal prossimo post, un po' di dettagli.

venerdì 8 maggio 2009

In avvicinamento

Qatar, 6 del mattino.

La luce è incredibile e ciò è bello. In compenso i miei 115 kg non hanno trovato una sistemazione confortevole su dei sedili pensati per gente con la metà della mia stazza. E ciò non è bello per niente. Altra cosa, meno bella, è che in tutti i paesi del golfo che ho visitato, la tendenza è di contrastare la temperatura desertica esterna con un'aria condizionata importata direttamente dal polo nord. I pinguini qua accenderebbero un fuoco per scaldarsi. La schiena ringrazia sentitamente.

Tra due ore si parte per Nairobi e da lì Pemba. Contando sul fatto che là c'è solo un'ora per il transfert, ho riempito il bagaglio a mano fino a scoppiare, probabilmente saranno i miei soli vestiti per i prossimi 3 giorni ma in Africa il look perde la sua importanza :-).
Non sono proprio sicuro di riuscire a fare un aggiornamento in tempi brevi, ma vedremo.

Non ci crederete ma qua in Quatar sono impazziti per l'influenza suina, vanno tutti in giro con le mascherine (forse è l'idea di ammalarsi di una malattia portata da un animale impuro a terrorizzarli).

Non vedo l'ora di scendere sotto l'equatore :-) Franz mi ha illustrato il programma della prossima settimana. Se è come dice lui sarà un percorso di guerra :-) dato che l'idea è di fare una perlustrazione del parco delle Quirimbas che se è vero che turisticamente sono bellissime, girarle fuori dalle strutture canoniche è un po' più impegnativo e al rientro su Pemba inizierà una danza concentrata di appuntamenti. Vedremo, ora la priorità è srotolare la schiena

lunedì 27 aprile 2009

il mondo online e i preparativi

Manca poco, manca poco.

L'otto maggio si parte. Sembrava lontanissimo e invece ora si contano le ore.
Ovviamente ora sono disperato: mille piccole cose che vanno fatte per partire tranquillo.
Tra queste molte riguardano i preparativi.
Ora che non lavoro più con loro posso dirlo: grazie eBay, la maggior parte dell'equipaggiamento l'ho trovato lì sopra: machete, medicinali, affilatori, (non ci crederete mai ma in Inghilterra e negli USA si trovano medicinali e materiali che se comunemente utilizzati salverebbero la pelle ad un sacco di persone qua da noi) corde, zaino, vestiti et affini arrivano dal sito in questione.

Poi mi sono affidato a dei siti militari per avere informazioni sulle tecniche di pronto soccorso sul campo oltre che un piccolo set per chirurgia minore (spine, vesciche e altre amenità)

Sempre in internet ho trovato foto ed informazioni sul PRESUNTO itinerario.
Last, but not least, in internet ho comprato un'amaca un po' particolare: funge da tenda e, se non ho capito male, sarà la mia casetta personale per una settimana. (dimenticavo, su eBay ho trovato uno spray che dovrebbe renderla anche bugs free nella parte inferiore. Pare, e io posso testimoniarlo, che le zanzare riescano a passare anche la tela quindi un po' di DDT aiuta a tenerle lontane. Inutile dire che in Italia questo prodotto è introvabile)

Per i medicinali che servono sul serio la farmacia va benissimo, antibiotici, creme cortisoniche, antidolorifici, antidiarroici (che l'Africa di tocchi dentro non è solo un modo di dire) bende cerotti e via così

Perché tutto questo? Perché non capita, ma se capita da quelle parti non si chiama il 118 ma ci si arrangia e allora meglio avere un po' di cose che nel bush non si trovano.
Tanto, quello che ho dimenticato, lo scoprirò solo quando sarà troppo tardi :-D

lunedì 6 aprile 2009

Projectoo Isabelinha

Nome Progetto: Projectoo Isabelinha
Partner Locale: Irmas Salesianas
Responsabile Locale: Suor Orsolina Tachis
Località: Chiùre
Beneficiari: c.a. 100 neonati
Attività Supportate: Fornitura di latte per neonati orfani o con madri sieropositive
Soci Coinvolti: Carlo (1)
Inizio Collaborazione: 2007



7 Aprile. Oggi è difficile scrivere. E non ho voglia di mettere foto.

Questo è un progetto relativamente piccolo come impegno economico.
E' enorme per quello che fa.

Domani compio quaranta anni. Più vado avanti e più divento sensibile ai bambini, forse perché l'emozione di un cucciolo che cresce, non te le da un campione che vince.

Latte. Conosco poche cose così materne. Il latte è più che un nutrimento, è un legame tra madre e figli, è un passaggio di vita. O almeno, questa è l'immagine.
In Mozambico, come in quasi tutta l'Africa subsahariana la realtà è un po' diversa.
Per un processo che ancora non mi è chiaro, l'HIV passa attraverso il latte e contagia i piccoli.
Dovrebbe dare la vita e invece porta la morte.

Il latte in polvere è un lusso da quelle parti, eppure non è costosissimo, per i nostri parametri. Tutto è relativo ma per quei bambini non è relativo per niente, è essenziale.

Quest'anno il progetto raddoppia. Più bambini sani, più speranze che un domani non serva più il latte artificiale.

lunedì 23 marzo 2009

Numeri belli



Ok, questa volta è un piccolo gongolamento personale.
Premessa, il merito non è mio.
Il merito va a tutti quelli dell'associazione e in particolare a Francesco e a Lupi.
Franz già ne ho parlato (ma non ne parlerò mai abbastanza) Lupi invece no.
Un socio e lavora con altri nostri soci. Si occupa di numeri, di conti e, a quanto mi dicono, è preciso, puntuale, metodico.
Si è innamorato di un progetto oggetto del prossimo post e, oltre a finanziarlo, si è fatto carico di tenere in ordine il nostro disordine. Non gli sarò mai abbastanza grato per questo.

Ma torniamo all'oggetto del post.
Il 18 marzo c'è stata la riunione di Semi di Sorriso. Oltre ad una sintesi dei progetti, il grado avanzamento progetti e i nuovi in arrivo, sono state date le cifre di bilancio 2008.
Tra queste due le ho messe nel grafico iniziale.

Parla da solo, no? Mi piace quando non c'è bisogno di parole. :-)
PS
il grafico non è preciso.
I costi struttura sono stati lo 0,86% del totale.

lunedì 9 marzo 2009

Kirikù. Una marea nera :-)


Nome Progetto: Oratorio Kirikù
Partner Locale: Irmas de Jesus Bom Pastor
Responsabile Locale: Suor Elisa Nalin
Località: Pemba (quartiere Alto Gingone)
Beneficiari: c.a. 400 bambini/ragazzi compresi tra i 6 e i 12 anni (nella foto una minima parte)
Attività Supportate: Dopo scuola, gioco e, con benficio d'inventario, istruzione
Soci Coinvolti: (attendo una conferma)
Inizio Collaborazione: 2007

Parlare di questo progetto non serve.

Servirebbe ascoltare. Se passate nel pomeriggio sulla strada che porta all'aeroporto non potete non sentirli. 400 bambini che giocano non hanno nulla di umano.
Sono una marea nera che si sposta da una parte all'altra del grande spiazzo di terra battuta.
Pallone. Metti un pallone per terra e zak, una trentina li hai sistemati (non state proprio a guardar tutto, la formazione è più elastica da quelle parti)
Poi un'evoluzione di palla avvelenata, giocata prevalentemente dalle ragazze. C'è chi impara a cucire, c'è chi canta, sempre accompagnato dall'onnipresente tamburo e c'è chi ripassa un po' di grammatica.
In genere tutti urlano.
E a volte è proprio bello immergersi tra loro. Alberico, uno dei nostri, il più giovane, ci sguazza. Marco scatta foto e con lui Vico.
Ora, Vico è stato oggetto di una scena struggente.
Vico con la macchina fotografica ci sa fare. Ci sa fare sul serio. Ed è facile vederlo con un aria trasognata svicolare in mezzo alla gente ed imprimere tutto con le sue macchine.
Molte foto che vedete qua vengono da lui.
Bene, detto questo, un pomeriggio ha scattato foto a tutti i bimbi mentre giocavano, correvano o cantavano. Si mescola con loro e il contrasto tra un uomo bianco, molto bianco, quasi etereo, vestito solitamente di bianco e quei bambini nero pece sembrerebbe enorme. E invece lui si mescola e non lo vedi più, senti solo il click della macchina.
Ha scattato tutto il pomeriggio. Alla sera, prima dell'uscita, a tutti i bambini viene dato un panino con marmellata o crema di latte e un succo.
Non è molto ma è molto più di quello che li aspetta a casa, per chi la casa ce l'ha.
Una delle cose pù struggenti è vedere le bambine che avvolgono il panino nel loro pareo per portarlo a casa dalla famiglia.
Il pane della vita in questo caso è letterale.
Bene, alla sera tutti i bambini hanno ricevuto il loro panino. A noi ovviamente niente pane, è per i bimbi. Vico in mezzo al piazzale e un bambino, cinque, forse meno, forse più, gli va incontro, divide il panino e glielo offre.
Noi gelati, Vico occhi umidi.
Io quando ci penso ho i brividi. Immagino lui.

mercoledì 25 febbraio 2009

Mario

Oggi vorrei parlarvi di una persona speciale, almeno per me.

Mario Marazziti.
Se cercate in internet ne trovate parecchie su di lui.
In fondo, essere nella storia non capita a tutti. Essere il portavoce di una comunità, S. Egidio, che tra le altre cose, ha fatto firmare la pace in Mozambico, che combatte l'aids a livello mondiale (e con successo) che si occupa di poveri, di diritti civili, d'educazione, di nutrizione, di strutture assistenziali, di ecumenismo eccetera, eccetera eccetera non è proprio un compito banale.

I suoi meriti li trovate on line.
Quello che non potete sapere è l'eleganza e la leggerezza con cui ti espone le cose.
Ho passato del tempo con lui, poco, pochissimo ed è volato. Mentre mi raccontava di come era andato personalmente per le strade di Roma a comprare i vestiti per i ribelli della renamo in modo che al tavolo delle trattative potessero andare senza gli stracci che usavano in guerriglia.
O di quando prese il telefono e chiamò l'allora segretario del PCI, un tale Berlinguer :-), per esporgli un piccolo problemino, una cosa da niente una cosettina riguardante la libertà di culto.

Te le racconta come storielle da osteria, da amici al bar, e hanno cambiato la storia di un paese. Non la fa pesare anzi, ti fa divertire e te le mette lì, elegantemente.

Mario è elegante quando parla, quando si muove. Ha gli occhi che ridono e ti parlano anche quando lui tace.
Mario trasmette Fede. La trasmette anche ad un agnostico come me, trasuda fede e non necessariamente fede cattolica, fede nella vita, fede nel miglioramento fede in quello che fa, fede negli uomini.
Mai sentito dire male di qualcuno, piuttosto si astiene.

Una giornata con lui è rigeneratrice e non solo nello spirito, raffinato gourmand (ho sempre dubitato degli asceti, il generale Tricarico, che non è uno qualsiasi, una volta a tavola disse "tenete sempre d'occhio chi non beve: sono quelli che scrivono le lettere anonime" :-D ) e pericolosissimo ospite: un pranzo con lui può degenerare sotto l'aspetto dei trigliceridi.
Ogni volta che lo sento, mi viene voglia di fare ancora di più.
E' una terapia che consiglio a chiunque.

Ora sono già tre anni che non lo vedo. Lo chiamo sempre prima di partire per l'Africa, un piccolo rito che annualmente si ripete. Se non lo chiamassi, non mi sembrerebbe di andare a casa.

martedì 17 febbraio 2009

Conto alla rovescia

Manca poco.

La prossima settimana si saprà quando è prevista la spedizione 2009, approssimativamente direi fine maggio.
Ciò è bello, almeno per me.
Quest'anno poi sarà un po' più triste da una parte, vista la fine di casa azul, dall'altro emozionante, perché ci sono dei progetti interessanti, sia dal lato umanitario che dal lato organizzativo.
Col tempo la complessità aumenta e ciò rende tutto sempre più coinvolgente.

ancora sette giorni, ancora sette giorni.

lunedì 9 febbraio 2009

Janela de Esperança


Nome Progetto: Janela de Esperança
Partner Locale: Cooperativa Bela Baja
Responsabile Locale: Silasi Muageja
Località: Pemba (quartiere Alto Gingone)
Beneficiari: 11 bambini/ragazzi compresi tra gli 11 e i 16 anni
Attività Supportate: Istruzione, introduzione alla lavorazione del legno arte Makonde
Soci Coinvolti: Giorgio, Marco
Inizio Collaborazione: 2008

Quando si interviene bisogna pensare al dopo.
Voglio dire, se vogliamo veramente cambiare una cultura, non basta curare un problema. Occorre pensare ad un insieme cibernetico ove, ad ogni input corrisponde un output.
Se ci si occupa solo dell'istruzione, il pericolo è che le necessità portino comunque il bambino ad intraprendere strade che allontanano dal nostro concetto di sviluppo.
A proposito, poche illusioni, se si decide di intervenire è perché si ritiene che una situazione sia sbagliata o inadatta. Che ci piaccia o meno, dovremo cambiare qualcosa, perché qualcosa cambi. Illudersi di lasciare tutto com'era è mera fantasia. Come farlo, è tutto un altro discorso.

Come scrissi, le donne soprattutto in Africa, hanno una marcia in più, Silasi è l'eccezione.
L'occhio è intelligente, non ha gli aloni gialli tipico segnale dell'alcol, è appassionato, ha adottato due bambini che cresce insieme ai suoi figli. Inoltre è il più giovane responsabile di una cooperativa di intagliatori di legno, è istruito. E si vede.
Per la prima volta un locale ci ha esposto un business plan.
Obiettivi, mezzi necessari, programma, costi (ritagliando anche la sua parte, come è giusto che sia, visto il suo coinvolgimento) e l'ha portato scritto, con una calligrafia ed un ordine che io gli invidio molto.

Prima di parlare del progetto, è meglio spiegare un po' sul cos'è l'arte makonde.
Intanto bisogna sapere che i Makonde sono una tribù mozambicana e non una tribù qualsiasi ma una tribù guerriera. Fieri, affidabili, hanno dato il via alla rivolta che ha portato alla decolonizzazione del Mozambico e, caso unico nel nord, sono cristiani in una terra che è principalmente islamica. Nemici storici dei Masai che venivano dal nord, li stimavano a tal punto come nemici che alle porte delle capanne mettevano due statue raffiguranti il guerriero Masai e la donna Masai per proteggere l'abitazione (cristiani sì, ma con qualche contaminazione ;-) )
Oltre che per la ferocia nei combattimenti, i Makonde sono conosciuti per aver sviluppato uno stile nella lavorazione del legno, in particolare l'ebano (sigh) estremamente riconoscibile e raffinato, considerato una delle forme d'arte più eleganti dell'Africa subsahariana.

Torniamo al progetto.
Visto lo sviluppo turistico, il mercato dei souvenirs incomincia ad essere economicamente rilevante. Come dice Silasi "l'arte Makonde mi ha tolto dalla povertà" e come lui, chi ha talento in questo campo, se la passa sicuramente meglio della media. Da qui l'idea di scegliere dei ragazzini che avessero mostrato una particolare attitudine, garantire loro la frequentazione della scuola (che non è come dirlo), garantirgli un pasto a mezzogiorno e poi, al pomeriggio, imparare l'arte dell'intaglio.
La cooperativa poi espone le opere dei bambini il cui ricavato della vendita va in parte al bambino e in parte in un fondo che finanzia l'anno successivo (legno, cibo, strumenti, quaderni, penne. Purtroppo, o per fortuna, si consumano). Finito l'apprendistato, il ragazzo può, se ha talento e se è accettato, entrare nella cooperativa e mantenersi da solo su standard invidiabili per la zona.
La speranza è che la nostra presenza diventi sempre meno necessaria e si arrivi ad un punto in cui la scuola si autosostenga. Se riusciremo in questo, forse avremo finalmente portato un piccolo cambiamento.

Piccola digressione sulle "famiglie".
La famiglia è una forma scultorea tipica dell'arte Makonde. Questa è costituita dalla traforazione di un tronco d'ebano (esistono anche forme più semplici, ma questa è la tradizionale) dal quale si ricavano le figure che compongono la struttura familiare allargata. Una sull'alltra in un intreccio che indica gli antenati, la madre, i fratelli, gli zii, i cugini. Ciascuno con qualcosa che lo caratterizza, in modo che sia riconoscibile.
A parte la bellezza del lavoro, e questo dipende molto dall'intagliatore, la famiglia è un intreccio di vite unite e immortalate nel legno, dove ognuno è singolo e riconoscibile ma dove tutti compongono uno schema superiore. Se togli una figura dalla Famiglia, tutta la composizione crolla.
A me piace pensare a Muindi come una Famiglia ove ciascuno è un seme che segue il suo sorriso ma dove tutti concorrono ad un ideale comune.

mercoledì 4 febbraio 2009

Mal d'Africa 2


Se lo riesci a spiegare, non è Jazz.

Paola Lombardini dice che è difficile spiegare il Mal d'Africa.
Ha ragione.
Penso che la difficoltà nel definirlo risieda nella sua leggerezza.

Calvino scriveva che la leggerezza non va confusa con la superficialità. Qui la leggerezza non va confusa con la delicatezza. Il mal d'Africa è violento nel manifestarsi, come quella terra.
Solo che è indefinito, non ha una forma precisa, un sintomo specifico. Varia continuamente mantenendo costante un leggero malessere. E' molto jazz.

A me incomincia a presentarsi un mese circa dopo il rientro. Il primo mese sei entusiasta e, diciamocelo, le comodità ti conquistano. Poi però inizia questa strana sensazione.
Ogni volta che ti giri vedi un muro. C'è sempre una siepe che il guardo esclude.
E allora inizia il languore, leggero e profondo.
La luce non va bene, l'aria non va bene il cielo non va bene. Non vanno male, solo non vanno bene.

Adesso sono quasi le tre di notte, l'insonnia è un male di famiglia. Per passare il tempo leggo, scrivo e ascolto musica.
In particolare c'era una vecchissima canzone di De André "le nuvole barocche". Mi ha spinto a scrivere questo post. Cosa c'entri una canzone di un ligure, scritta da un altro ligure (è una delle poche non scritte da Faber) con il mal d'Africa è tutto da capire.

Forse il mal d'Africa è proprio questo. Quando trovi l'Africa anche dove non c'è. E' una questione, come dire, di... Amore?

martedì 3 febbraio 2009

Casa Azul



Nome Progetto: Casa Azul
Partner Locale: Lar de Esperança
Responsabile Locale: Laura Pierino, Teresa de Jesus
Località: Pemba (quartiere Alto Gingone)
Beneficiari: Bambini idrocefali o con gravi handicap
Attività Supportate: Fisioterapia, attività pedagogiche, stimolazione tattile.
Soci Coinvolti: Francesco, Alessandro, Afro (1) il numero indica un socio che non vuole essere nominato.
Inizio collaborazione: 2005
Fine collaborazione: 2009

Vorrei cominciare a dare, per sommi capi, una sintesi delle attività che come associazione, supportiamo. Mancano ancora le cifre, dato che il blog al momento è personale (dato che ancora i miei soci latitano :-) preferirei evitare di dare numeri senza la previa autorizzazione.

A questo progetto ero e sono molto legato. Per noi è stato il primo e sicuramente uno dei più toccanti. I più indifesi, sono i più tremendi, vincono ogni resistenza del sensibile. Quei bambini ci hanno dato molto più di quanto noi abbiamo dato a loro.
Ci hanno dato un nome, ci hanno dato una missione.
Laura e Teresa ci hanno fatto entrare in casa loro e ci hanno permesso di aiutare. Sono due donne straordinarie. Loro la missione l'avevano già dentro, noi siamo dovuti andare là per trovarla.
Come scrissi nel primo post, oggi il progetto chiude e viene inglobato all'interno di un'altra struttura che queste due donne incredibili hanno saputo organizzare e gestire coinvolgendo e responsabilizzando i locali. Alcuni alcuni loro progetti sono falliti ma loro, con una costanza ammirevole non demordono e vanno avanti.
Hanno rinunciato a tutto, non potete neanche immaginare la fatica per convincerle ad avere un cellulare. Dormono nelle stesse capanne, mangiano lo stesso cibo. Ogni tanto condividono la malaria. Eppure sono sempre solari.
Grazie Teresa, grazie Laura, speriamo di potervi essere d'aiuto ancora.

Questo progetto ne ha passate di ogni ed è sopravvissuto. Neanche la caduta di un baobab sulla struttura è riuscito a fermarlo, con impegno e fondi è evoluto e cambiato. Se lo vedete oggi la struttura è notevolmente migliorata.
Per stroncarlo c'è voluta la morte di molti ospiti tutti insieme. Lo sapevamo dal primo giorno che non c'era speranza per loro. Però fa sempre male.

venerdì 30 gennaio 2009

I semi


Incominciamo a parlare di filosofia.
Voglio dire, di onlus ce ne sono anche troppe. Coprono (o copriamo) i bisogni a macchia di leopardo senza un coordinamento col rischio che spesso si lascia scoperta una necessità e che a volte due in contemporanea facciano la stessa cosa a cinquanta metri l'una dall'altra.

Meglio chiarire un concetto: la nostra organizzazione è venuta dopo, i primi tre anni i soci fondatori mettevano personalmente mano al portafoglio e senza agevolazione o sgravi, davano del proprio. Non è neanche il vantaggio fiscale, che comunque è importante, la ragione dei Semi di sorriso.
La vera ragione è che per operare legalmente, con un minimo di credibilità, occorreva una forma giuridica riconosciuta e la onlus per questo fine, va benissimo.

Altro punto che mi piace sottolineare è che, nonostante ci siano molte persone che ci indirizzano il loro contributo tramite la dichiarazione delle tasse (e di quanto si riesca a fare con questi contributi ne parleremo dopo), Semi di Sorriso preferisce lavorare a “progetti chiusi” ossia progetti che abbiano un piano, degli obiettivi possibilmente misurabili e solo in un secondo momento si ricercano i finanziatori/contributori.
Questo modo di operare permette di sottoporre a conoscenti, amici o anche semplicemente persone con cui entriamo in contatto e che vogliono partecipare, di sapere a priori quale sarà l'impegno economico o di tempo che dovranno mettere.
L'impegno dell'associazione è di dare logistica, informazioni e, se dovesse sopravvenire un impedimento, sostituirsi al benefattore fino a quando non si trova chi lo sostituisca in pianta stabile.

Altro impegno di Semi di Sorriso è di selezionare i progetti, cosa non banale da quelle parti. Perché di cose da fare ce ne sono tante, ma di persone affidabili secondo i nostri standard un po' meno.
In effetti uno dei grossi problemi ad operare in Africa è proprio il diverso peso che alcuni fattori hanno nella nostra cultura e nella loro. Il tempo, L'impegno, la relatività delle cose. Chi non capisce questo avrà grossi problemi in Africa, grandi frustrazioni e forti dolori di fegato.
Un esempio per tutti: il tempo.
I locali hanno come noi il concetto di tempo ma una differenza fondamentale è la visione temporale di sé stessi. Noi riusciamo a pensare a noi tra un anno, loro, mediamente, no. E questo, se uno prevede investimenti che porteranno benefici tra uno o due anni è un problema di non poco conto. Perché preferiranno sempre il piccolo beneficio immediato piuttosto che aspettarne uno più grosso.
L'arco temporale maschile è di circa 3 mesi (casualmente il raccolto). Chi, anche in questo caso, ha una marcia in più sono le donne. Loro a due – tre anni ci arrivano (casualmente, il fuori pericolo di un bambino). Con loro si possono fare progetti di più ampio respiro, senza contare che mediamente non bevono (l'alcol è un problema in Africa) e che, vista la bassa considerazione sociale di cui godono, quando vengono responsabilizzate, ne fanno un punto d'orgoglio personale arrivare al risultato. Lavorare con le donne è molto più immediato per la nostra forma mentis europea.

domenica 25 gennaio 2009

La potenza non è nulla senza il controllo :-)


Tutte le mattine penso all'Africa.
No, non sono un inguaribile romantico, è che, l'Africa lascia le sue cicatrici. Sull'anima, di sicuro, ma anche sul corpo, se non stai più che attento.
Lì dentro c'ero io, insieme al "pilota" locale e al medico della spedizione.
Essendo la nostra una compagnia seria, il nostro medico, socio e concretamente impegnato non poteva che eseere....un ginecologo.

Giorgio, questo è il suo nome, varesotto verace, ginecologo di talento e uomo che ha avuto la fortuna di far nascere più di diecimila bambini. Compagno di viaggio fantastico, un po' meno come compagno di stanza, visto che il suo respiro notturno è più prossimo ad una motosega che a qualcosa di umano.
Giorgio è più miracolato di me, mentre la macchina girava più volte, ho quest'immagine di lui buttato fuori dal finestrino e ricatapultato dentro prima che la vettura si adagiasse sul suo lato.

Oggi ci ridiamo sopra, mentre eravamo lì, ridevamo un po' meno.
Abbiamo riso poco aspettando l'aereo che ci avrebbe dovuto riportare a Pemba (Dio benedica il telefono satellitare). Abbiamo riso poco volando di notte sopra un Mozambico rischiarato dalle fiamme (centinaia d'incendi) abbiamo riso poco quando atterrando è mancata a 50 metri dal suolo la corrente in tutta la città spegnendo di botto i fari che illuminavano la pista e sicuramente non ho riso io entrando nell'ospedale in contemporanea ad un altro incidente, un po' più grande del nostro: si era ribaltato un camion. Il problema è che i camion, vista la penuria di mezzi di trasporto, quando non trasportano terra, trasportano gente e quello cappottato aveva il cassone con su una cinquantina di persone.
Vi risparmio le scene. Me le ricorderò per molto.

Oggi ci ridiamo sopra, fantasticando sul reale lavoro dell'improvvisato "pilota", e sulla fortuna di esserne usciti quasi completamente interi.
Intanto abbiamo imparato una lezione: l'Africa non ti perdona niente, quindi controlla sempre almeno tre volte. Equipaggiamento, notizie ed informazioni. Mai prendere per buono quello che ti dicono, controllalo sempre, non importa il grado del tuo interlocutore, controlla. E questo vale per i nostri progetti. Trovare persone che diano un resoconto costante, perché se non controlli, sparisce tutto sotto gli occhi.

Tutte le mattine, la mia schiena mi ricorda l'Africa, e mi ricorda di controllare.

giovedì 22 gennaio 2009

ilha de mozambique

Ok, meno romanticismi.

Ilha de mozambique. Merita il viaggio.
E' la vecchia capitale del paese.
Caduta in disgrazia dopo la decolonizzazione, oggi rinasce grazie al turismo.
Arrivarci via terra è facile, qualche ora di jeeps (s non casuale, sempre almeno 2 macchine in Africa. Gli autogrill e le colonnine sos non sono contemplate) e si arriva ad un ponte ad una corsia. Niente di grave, è l'unico accesso all'isola (Ilha).
Diventa più grave se si considera che il ponte è lungo 3 chilometri e che le macchine devono viaggiare sincronizzate per poter giungere alle piattaforme poste ad intervalli regolari che consentono di accostare e far passare chi viene nel senso contrario. Se ci si sbaglia, sono ore di sceneggiate degne della commedia napoletana dei bei tempi.
Se la guardia che da il segnale per la partenza ha visto giusto, se avete viaggiato alla velocità giusta e se vi hanno lasciato passare arrivate al casello, pagate la tassa d'ingresso ed imboccate l'unica via che porta alla parte bianca dell'isola. A destra e a sinistra c'è il mondo.
Vediamo di capire cos'è successo nell'isola. La strada si è col tempo trasformata in una sopraelevata perché l'isola è fatta a due piani: non potendo trasportare dalla terraferma i materiali, ai lati della strada si è scavata la pietra calcarea (ex coralli, probabilmente) per fare i mattoni delle case dei bianchi colonizzatori. Scava scava, si sono passati i tre metri e in quello spazio è nata la parte nera dell'isola, il villagio è nell'interrato e sopra la strada che arriva alla parte portoghese.
Lì ci sono palazzi splendidi, diroccati ed occupati da decenni. L'incuria tipica dei locali non ne cancella la magnificenza, l'isola doveva essere stupenda se eri bianco ed armato.
Lì trovare alberghetti deliziosi è uno scherzo, qualcuno gestito da italiani e spesso con cuochi che non sfigurerebbero in qualunque metropoli.
Eppure i palazzi non sono moltissimi, manca della materia.

La materia la trovate andando un po' più avanti, non potete non vederla: Fortaleza Sao Sebastiao è tosta, imponente, c'è mezza isola nelle sue mura. Attraversate i bastioni, la piazza d'armi, visitate gli spalti, le cisterne d'acqua. Vedrete anche la cappella di Nossa senhora de baluarte, considerata il più antico edificio dell'africa equatoriale ove è seppellito il primo vescovo del giappone (eh sì, i portoghesi e con loro i gesuiti, per andare in Giappone, facevano scalo in Mozambico, il che potrebbe spiegare perché coltello in Mozambico si dice katana).

Poi vedrete due cose che fanno rizzare i capelli in testa.
Una è una fossa profonda 3 - 4 metri e lunga una decina. Digressione storica: i portoghesi, presero il posto degli arabi intorno al 1500 ma le acque erano infestate dai pirati, islamici e non.
La pirateria non era vista benissimo e le cacce ai briganti si svolgevano con regolare frequenza. Non che i pirati fossero degli stinchi di santo ma se li prendevano vivi, li gettavano nella fossa. Pioggia, sole (due anni fa si toccarono i 56 gradi), poco cibo e sofraffollamento provvedevano a trasformare quegli uomini in relitti umani, bestie che si scannavano per i rifiuti che i soldati gli lanciavano. Chi sopravviveva, veniva estratto dopo un 6 - 12 mesi quando veniva un giudice dal portogallo, giudicato pro forma, portato dietro la fortezza, fucilato in una specie di teatrino, antico surrogato della televisione e da lì gettato in mare che anche gli squali devono campare. Amen.

La seconda cosa è la foto d'apertura: quello che si vede sul fondo è ciò che resta di un pontile ove con l'alta marea attraccavano le navi. Su quel pontile sono passati migliaia di schiavi.
Ehhh già, ecco svelato l'arcano: Ilha de Mozambique era una stazione isolata ove si concentrava la manodopera gratuita dell'impero portoghese. Commercianti di schiavi arabi e bantù, sì, la schiavitù era normale tra neri, portavano la loro merce e, quando non venivano caricati anche loro sulle navi, ricevevano come compenso le perle d'africa: perle di vetro, oggi ricercati souvenir, erano la moneta di scambio. Vetro contro vite, da un'idea del valore.

No, decisamente l'Africa non è un paese di compromesso. Bellezza, violenza, eleganza, ferocia sono state e sono a tuttoggi senza mezze misure. Bisogna tenerselo sempre in testa, quando si parla di quella terra.

lunedì 19 gennaio 2009

Pemba, questa sconosciuta


O meglio ex sconosciuta.

Cinque anni fa era meta per turisti fuori dagli schemi, oggi le Quirimbas, isole di una bellezza struggente, ne fanno il posto ideale per chi vuol fare vacanze "laguna blu's style" ma con tutti i confort dei cinque stelle.

Se cercate Pemba in rete, quasi sicuramente finite su un'isola in Tanzania. Se usate Google earth e come chiave usate Pemba, Mozambico vi spedisce in un paesino nel centro del paese. Che volete, non hanno fantasia coi nomi da quelle parti.
Per trovarla mettete Porto Amelia, vecchio nome della città prima della decolonizzazione. Forse a Google ci sono dei nostalgici.

Se avete perseverato e ci siete arrivati allora, Signore e Signori, vi presento la terza baia più grande del mondo, da un anno patrimonio dell'umanità e tutelata dall'Unesco.
La città si sviluppa sulla penisola in basso. la stima è di circa centocinquantamila persone, l'anagrafe è letteralmente un optional, nel senso che se vuoi, a diciotto anni vai e ti registri se no, non è importante.
Se escludiamo le costruzioni coloniali portoghesi e dei casermoni in cemento del periodo socialista (il Mozambico ha ancora il kalashnikov sulla bandiera) la popolazione vive in capanne di fango e pietre. Con la corrente, ma sempre capanne di fango sono. Le latrine sono poche e sicuramente non le trovi nei quartieri più poveri e popolosi che, per inciso, sono anche quelli posizionati nei punti più belli della città, il che, visti i piani di sviluppo turistici, non fa presagire niente di buono per la popolazione. Poveri Vs ruspe. Mi sa che vincono le seconde.
La mancanza di latrine provoca, nella stagione delle piogge, fiorenti epidemie di colera che unite alla malaria, alla lebbra e all'aids contribuiscono ad un'efficace selezione naturale.
L'aids merita un capitolo a sé. La campagna di prevenzione c'è, e martellante. La distribuzione dei preservativi è gratuita e ad ogni angolo il red ribbon è presente a ricordare il silenzioso nemico. Di contro c'è che alcuni riti iniziatori come la circoincisione maschile di gruppo o i quelli della maturità femminile prevedono scambi di sangue e altro. Se a questo aggiungete una promiscuità sessuale da far impallidire Rocco Siffredi, potrete facilmente capire perché la stima è di un 33% della popolazione infettata. Uno su tre non è male, non raggiunge lo Swaziland ma si difende.
Fatta una foto della situazione adesso vediamo la tendenza: migliora. A parte l'Aids, le altre malattie sono in regresso. La malaria la fa da padrona ma i farmaci riescono a limitare il danno, le prime opere pubbliche riescono a limitare il colera, e la lebbra, almeno in città, è curabile con ottimi risultati.
La resistenza intrinseca della popolazione che, per cultura, nasconde il male invece che curarlo, piano piano sta cambiando e all'ospedale o alle onlus operanti in loco vanno sempre più persone.
Un benessere portato dal turismo sta facendo fiorire piccole imprese locali con caduta a pioggia di benefici economici sulla popolazione.
Se dicessi che a Pemba è dura vivere, francamente mentirei. Pemba cresce. Come ancora non si sà, ma cresce. Cellulari, autovetture, computer. Ancora oggi contrastano con le strade in terra o le case in fango. Ma sempre meno. Le strade iniziano ad asfaltarsi, le case iniziano ad essere in muratura. Pemba inizia ad assumere la forma di una città con standard quasi europei. Ma con davanti le spiagge tropicali e il mare africano e dietro una terra mozzafiato. Il che aiuta.

Non importa cosa hai fatto nella giornata, il tramonto su quella baia ti ripaga di tutto.

domenica 18 gennaio 2009

Mal d'Africa



Il mal d'Africa è un male complesso.

Come tutte le cose complesse si può scomporre in parti più semplici MA prese singolarmente non descrivono l'insieme.
E l'insieme è una brutta bestia.

Vigliacco. Il mal d'Africa è vigliacco, non ti affronta di petto, ti lavora dentro lentamente. E quando te ne accorgi è tardi, non te ne vuoi più liberare.
Sei malato e felice.

sabato 17 gennaio 2009

Perché il Mozambico?

Per caso. O quasi.

Girando per l'Africa mi venne voglia di applicare quello che avevo imparato al master (o che avrei dovuto) in un progetto no profit.
L'idea del camper/sala operatoria non era mia ma di un medico che conosco da anni. L'idea c'era, ma dove farlo? Voglio dire, l'Africa è grande, molto grande. E con tante problematiche diverse. Spesso si ripetono, ma per essere più efficace è meglio circoscrivere l'area e studiarne i bisogni.
E allora ho viaggiato. Sud Africa, Zambia, Botswana, Namibia. Per piacere, lo ammetto ma mentre ascoltavo i leoni e toccavo i cieli, parlavo con i direttori dei campi dove ero applicando il concetto di chiedere e lasciar parlare.
Sei su sei indicarono il Mozambico. Ottimo segno.
In effetti era il paese ideale: strutturato, povero a sufficienza per poter fare molto con poco ma abbastanza evoluto da non rischiare di veder cancellato tutto in una notte.

Incominciai a prendere informazioni sulla sala operatoria viaggiante e un aiuto insperato arrivò da un'Amica che mi introdusse ai militari, dopo tutto chi meglio di loro? Però, se sono bravissimi a montare in poche ore un ospedale, loro hanno il vantaggio che gli si chiede efficacia e non efficienza. Per loro i soldi non sono un problema, per me sì.
Parlando con un generale medico oculista, venne fuori che lui aveva fatto, tra le tante, una missione in un paese africano. Un paese bellissimo dove sarebbe voluto tornare immediatamente. Il paese? Beh, facile, il Mozambico.
Lui mi indirizzò a Sant'Egidio.

Cos'è? è un miracolo italiano. Un'associazione di matrice cattolica straordinaria, nata dai quartieri di Roma pochi decenni fa e oggi opera a livello mondiale. Grazie a loro è terminata una delle guerre civili più sanguinose d'Africa. La pace siglata a Roma tra le Fazioni della Renamo e Frelimo è merito loro. Chi sono Frelimo e Renamo? Facile i due partiti del Mozambico.
Solo perché non voglio entrare nelle grosse organizzazioni se no, proverei con S. Egidio.
L'inizio non fu incoraggiante, molta diffidenza, poi un filo diretto grazie ad un conoscente e l'incontro con Mario Marazziti. Ma Mario merita un post tutto per lui.

A questo punto entra in scena un Amico. Si chiama Alessandro. Parlai con lui una sera, mi ascoltò e non disse nulla. Quando gli dissi dei militari allora esclamò: "ma allora fai sul serio, bene, la cosa m'interessa, posso partecipare?". Oggi è il presidente di Semi di sorriso.
Alessandro porta Francesco e Francesco porta Matteo che sta facendo un'impresa in un paese africano. Quale? Ma via, è evidente, il Mozambico.

Troppe coincidenze. Il Mozambico chiamava come una sirena e noi ci siamo fatti stregare dal suo canto. Ancora oggi ne siamo ammaliati.

Alessandro, Francesco e Matteo. Con loro è iniziato tutto. E va avanti.

venerdì 16 gennaio 2009

Per iniziare, la fine

Ok, incominciamo con la chiusura di un cerchio.
Cinque anni fa andai per la prima volta in Mozambico con due Amici.
L'idea originale era totalmente diversa: pensavamo di organizzare presso delle missioni collegate via ponti radio, dei centri di degenza post operatoria.
Lì si potevano concentrare i bisognosi di interventi chirurgici e portare una sala operatoria mobile con chirurghi a bordo che operassero in loco per una settimana, poi andavano all'altra missione e così via.
Siamo finiti a sostenere un centro per bambini idrocefali.
Di cliniche mobili non c'era bisogno, di aiuto a bambini considerati un rifiuto sì.

I fattori di scelta sono stati sia razionali che emozionali.
Intanto c'erano due donne a dirigerlo, Laura e Teresa, esseri straordinari, e se è vero che le donne spesso hanno una marcia in più, in Africa (tranne poche eccezioni) sono le uniche che hanno una marcia.
In secondo luogo perché entrando in quel centro un bambino con una testa grossa come un pallone da basket ci è gattonato incontro e ha sorriso.
Quel bambino non è più un bambino. Si chiamava Muindi. Era nato condannato a una fine precoce e ad una vita da reietto. La prima condizione si è avverata, la seconda no. Qualitativamente la vita di Muindi è stata più che discreta. Si è spento dopo che è morta la sua compagna di giochi. L'ultimo desiderio una torta. L'ha avuta e se ne è andato.
Muindi non è più un bambino, è una missione. Tutto è più facile quando hai una missione.

Oggi il centro chiude, ne sono morti troppi tutti insieme.
Intendiamoci, non c'è speranza per loro, possiamo solo dargli dignità e una torta, ma questa volta si sono spenti insieme e allora ci sono "gli spiriti cattivi" e i bambini non li portano più.
Un centro per bambini senza bambini non ha senso, no? Ma la missione non è finita, si trasforma. In Africa bisogna avere la forma dell'acqua.