mercoledì 25 febbraio 2009

Mario

Oggi vorrei parlarvi di una persona speciale, almeno per me.

Mario Marazziti.
Se cercate in internet ne trovate parecchie su di lui.
In fondo, essere nella storia non capita a tutti. Essere il portavoce di una comunità, S. Egidio, che tra le altre cose, ha fatto firmare la pace in Mozambico, che combatte l'aids a livello mondiale (e con successo) che si occupa di poveri, di diritti civili, d'educazione, di nutrizione, di strutture assistenziali, di ecumenismo eccetera, eccetera eccetera non è proprio un compito banale.

I suoi meriti li trovate on line.
Quello che non potete sapere è l'eleganza e la leggerezza con cui ti espone le cose.
Ho passato del tempo con lui, poco, pochissimo ed è volato. Mentre mi raccontava di come era andato personalmente per le strade di Roma a comprare i vestiti per i ribelli della renamo in modo che al tavolo delle trattative potessero andare senza gli stracci che usavano in guerriglia.
O di quando prese il telefono e chiamò l'allora segretario del PCI, un tale Berlinguer :-), per esporgli un piccolo problemino, una cosa da niente una cosettina riguardante la libertà di culto.

Te le racconta come storielle da osteria, da amici al bar, e hanno cambiato la storia di un paese. Non la fa pesare anzi, ti fa divertire e te le mette lì, elegantemente.

Mario è elegante quando parla, quando si muove. Ha gli occhi che ridono e ti parlano anche quando lui tace.
Mario trasmette Fede. La trasmette anche ad un agnostico come me, trasuda fede e non necessariamente fede cattolica, fede nella vita, fede nel miglioramento fede in quello che fa, fede negli uomini.
Mai sentito dire male di qualcuno, piuttosto si astiene.

Una giornata con lui è rigeneratrice e non solo nello spirito, raffinato gourmand (ho sempre dubitato degli asceti, il generale Tricarico, che non è uno qualsiasi, una volta a tavola disse "tenete sempre d'occhio chi non beve: sono quelli che scrivono le lettere anonime" :-D ) e pericolosissimo ospite: un pranzo con lui può degenerare sotto l'aspetto dei trigliceridi.
Ogni volta che lo sento, mi viene voglia di fare ancora di più.
E' una terapia che consiglio a chiunque.

Ora sono già tre anni che non lo vedo. Lo chiamo sempre prima di partire per l'Africa, un piccolo rito che annualmente si ripete. Se non lo chiamassi, non mi sembrerebbe di andare a casa.

martedì 17 febbraio 2009

Conto alla rovescia

Manca poco.

La prossima settimana si saprà quando è prevista la spedizione 2009, approssimativamente direi fine maggio.
Ciò è bello, almeno per me.
Quest'anno poi sarà un po' più triste da una parte, vista la fine di casa azul, dall'altro emozionante, perché ci sono dei progetti interessanti, sia dal lato umanitario che dal lato organizzativo.
Col tempo la complessità aumenta e ciò rende tutto sempre più coinvolgente.

ancora sette giorni, ancora sette giorni.

lunedì 9 febbraio 2009

Janela de Esperança


Nome Progetto: Janela de Esperança
Partner Locale: Cooperativa Bela Baja
Responsabile Locale: Silasi Muageja
Località: Pemba (quartiere Alto Gingone)
Beneficiari: 11 bambini/ragazzi compresi tra gli 11 e i 16 anni
Attività Supportate: Istruzione, introduzione alla lavorazione del legno arte Makonde
Soci Coinvolti: Giorgio, Marco
Inizio Collaborazione: 2008

Quando si interviene bisogna pensare al dopo.
Voglio dire, se vogliamo veramente cambiare una cultura, non basta curare un problema. Occorre pensare ad un insieme cibernetico ove, ad ogni input corrisponde un output.
Se ci si occupa solo dell'istruzione, il pericolo è che le necessità portino comunque il bambino ad intraprendere strade che allontanano dal nostro concetto di sviluppo.
A proposito, poche illusioni, se si decide di intervenire è perché si ritiene che una situazione sia sbagliata o inadatta. Che ci piaccia o meno, dovremo cambiare qualcosa, perché qualcosa cambi. Illudersi di lasciare tutto com'era è mera fantasia. Come farlo, è tutto un altro discorso.

Come scrissi, le donne soprattutto in Africa, hanno una marcia in più, Silasi è l'eccezione.
L'occhio è intelligente, non ha gli aloni gialli tipico segnale dell'alcol, è appassionato, ha adottato due bambini che cresce insieme ai suoi figli. Inoltre è il più giovane responsabile di una cooperativa di intagliatori di legno, è istruito. E si vede.
Per la prima volta un locale ci ha esposto un business plan.
Obiettivi, mezzi necessari, programma, costi (ritagliando anche la sua parte, come è giusto che sia, visto il suo coinvolgimento) e l'ha portato scritto, con una calligrafia ed un ordine che io gli invidio molto.

Prima di parlare del progetto, è meglio spiegare un po' sul cos'è l'arte makonde.
Intanto bisogna sapere che i Makonde sono una tribù mozambicana e non una tribù qualsiasi ma una tribù guerriera. Fieri, affidabili, hanno dato il via alla rivolta che ha portato alla decolonizzazione del Mozambico e, caso unico nel nord, sono cristiani in una terra che è principalmente islamica. Nemici storici dei Masai che venivano dal nord, li stimavano a tal punto come nemici che alle porte delle capanne mettevano due statue raffiguranti il guerriero Masai e la donna Masai per proteggere l'abitazione (cristiani sì, ma con qualche contaminazione ;-) )
Oltre che per la ferocia nei combattimenti, i Makonde sono conosciuti per aver sviluppato uno stile nella lavorazione del legno, in particolare l'ebano (sigh) estremamente riconoscibile e raffinato, considerato una delle forme d'arte più eleganti dell'Africa subsahariana.

Torniamo al progetto.
Visto lo sviluppo turistico, il mercato dei souvenirs incomincia ad essere economicamente rilevante. Come dice Silasi "l'arte Makonde mi ha tolto dalla povertà" e come lui, chi ha talento in questo campo, se la passa sicuramente meglio della media. Da qui l'idea di scegliere dei ragazzini che avessero mostrato una particolare attitudine, garantire loro la frequentazione della scuola (che non è come dirlo), garantirgli un pasto a mezzogiorno e poi, al pomeriggio, imparare l'arte dell'intaglio.
La cooperativa poi espone le opere dei bambini il cui ricavato della vendita va in parte al bambino e in parte in un fondo che finanzia l'anno successivo (legno, cibo, strumenti, quaderni, penne. Purtroppo, o per fortuna, si consumano). Finito l'apprendistato, il ragazzo può, se ha talento e se è accettato, entrare nella cooperativa e mantenersi da solo su standard invidiabili per la zona.
La speranza è che la nostra presenza diventi sempre meno necessaria e si arrivi ad un punto in cui la scuola si autosostenga. Se riusciremo in questo, forse avremo finalmente portato un piccolo cambiamento.

Piccola digressione sulle "famiglie".
La famiglia è una forma scultorea tipica dell'arte Makonde. Questa è costituita dalla traforazione di un tronco d'ebano (esistono anche forme più semplici, ma questa è la tradizionale) dal quale si ricavano le figure che compongono la struttura familiare allargata. Una sull'alltra in un intreccio che indica gli antenati, la madre, i fratelli, gli zii, i cugini. Ciascuno con qualcosa che lo caratterizza, in modo che sia riconoscibile.
A parte la bellezza del lavoro, e questo dipende molto dall'intagliatore, la famiglia è un intreccio di vite unite e immortalate nel legno, dove ognuno è singolo e riconoscibile ma dove tutti compongono uno schema superiore. Se togli una figura dalla Famiglia, tutta la composizione crolla.
A me piace pensare a Muindi come una Famiglia ove ciascuno è un seme che segue il suo sorriso ma dove tutti concorrono ad un ideale comune.

mercoledì 4 febbraio 2009

Mal d'Africa 2


Se lo riesci a spiegare, non è Jazz.

Paola Lombardini dice che è difficile spiegare il Mal d'Africa.
Ha ragione.
Penso che la difficoltà nel definirlo risieda nella sua leggerezza.

Calvino scriveva che la leggerezza non va confusa con la superficialità. Qui la leggerezza non va confusa con la delicatezza. Il mal d'Africa è violento nel manifestarsi, come quella terra.
Solo che è indefinito, non ha una forma precisa, un sintomo specifico. Varia continuamente mantenendo costante un leggero malessere. E' molto jazz.

A me incomincia a presentarsi un mese circa dopo il rientro. Il primo mese sei entusiasta e, diciamocelo, le comodità ti conquistano. Poi però inizia questa strana sensazione.
Ogni volta che ti giri vedi un muro. C'è sempre una siepe che il guardo esclude.
E allora inizia il languore, leggero e profondo.
La luce non va bene, l'aria non va bene il cielo non va bene. Non vanno male, solo non vanno bene.

Adesso sono quasi le tre di notte, l'insonnia è un male di famiglia. Per passare il tempo leggo, scrivo e ascolto musica.
In particolare c'era una vecchissima canzone di De André "le nuvole barocche". Mi ha spinto a scrivere questo post. Cosa c'entri una canzone di un ligure, scritta da un altro ligure (è una delle poche non scritte da Faber) con il mal d'Africa è tutto da capire.

Forse il mal d'Africa è proprio questo. Quando trovi l'Africa anche dove non c'è. E' una questione, come dire, di... Amore?

martedì 3 febbraio 2009

Casa Azul



Nome Progetto: Casa Azul
Partner Locale: Lar de Esperança
Responsabile Locale: Laura Pierino, Teresa de Jesus
Località: Pemba (quartiere Alto Gingone)
Beneficiari: Bambini idrocefali o con gravi handicap
Attività Supportate: Fisioterapia, attività pedagogiche, stimolazione tattile.
Soci Coinvolti: Francesco, Alessandro, Afro (1) il numero indica un socio che non vuole essere nominato.
Inizio collaborazione: 2005
Fine collaborazione: 2009

Vorrei cominciare a dare, per sommi capi, una sintesi delle attività che come associazione, supportiamo. Mancano ancora le cifre, dato che il blog al momento è personale (dato che ancora i miei soci latitano :-) preferirei evitare di dare numeri senza la previa autorizzazione.

A questo progetto ero e sono molto legato. Per noi è stato il primo e sicuramente uno dei più toccanti. I più indifesi, sono i più tremendi, vincono ogni resistenza del sensibile. Quei bambini ci hanno dato molto più di quanto noi abbiamo dato a loro.
Ci hanno dato un nome, ci hanno dato una missione.
Laura e Teresa ci hanno fatto entrare in casa loro e ci hanno permesso di aiutare. Sono due donne straordinarie. Loro la missione l'avevano già dentro, noi siamo dovuti andare là per trovarla.
Come scrissi nel primo post, oggi il progetto chiude e viene inglobato all'interno di un'altra struttura che queste due donne incredibili hanno saputo organizzare e gestire coinvolgendo e responsabilizzando i locali. Alcuni alcuni loro progetti sono falliti ma loro, con una costanza ammirevole non demordono e vanno avanti.
Hanno rinunciato a tutto, non potete neanche immaginare la fatica per convincerle ad avere un cellulare. Dormono nelle stesse capanne, mangiano lo stesso cibo. Ogni tanto condividono la malaria. Eppure sono sempre solari.
Grazie Teresa, grazie Laura, speriamo di potervi essere d'aiuto ancora.

Questo progetto ne ha passate di ogni ed è sopravvissuto. Neanche la caduta di un baobab sulla struttura è riuscito a fermarlo, con impegno e fondi è evoluto e cambiato. Se lo vedete oggi la struttura è notevolmente migliorata.
Per stroncarlo c'è voluta la morte di molti ospiti tutti insieme. Lo sapevamo dal primo giorno che non c'era speranza per loro. Però fa sempre male.

venerdì 30 gennaio 2009

I semi


Incominciamo a parlare di filosofia.
Voglio dire, di onlus ce ne sono anche troppe. Coprono (o copriamo) i bisogni a macchia di leopardo senza un coordinamento col rischio che spesso si lascia scoperta una necessità e che a volte due in contemporanea facciano la stessa cosa a cinquanta metri l'una dall'altra.

Meglio chiarire un concetto: la nostra organizzazione è venuta dopo, i primi tre anni i soci fondatori mettevano personalmente mano al portafoglio e senza agevolazione o sgravi, davano del proprio. Non è neanche il vantaggio fiscale, che comunque è importante, la ragione dei Semi di sorriso.
La vera ragione è che per operare legalmente, con un minimo di credibilità, occorreva una forma giuridica riconosciuta e la onlus per questo fine, va benissimo.

Altro punto che mi piace sottolineare è che, nonostante ci siano molte persone che ci indirizzano il loro contributo tramite la dichiarazione delle tasse (e di quanto si riesca a fare con questi contributi ne parleremo dopo), Semi di Sorriso preferisce lavorare a “progetti chiusi” ossia progetti che abbiano un piano, degli obiettivi possibilmente misurabili e solo in un secondo momento si ricercano i finanziatori/contributori.
Questo modo di operare permette di sottoporre a conoscenti, amici o anche semplicemente persone con cui entriamo in contatto e che vogliono partecipare, di sapere a priori quale sarà l'impegno economico o di tempo che dovranno mettere.
L'impegno dell'associazione è di dare logistica, informazioni e, se dovesse sopravvenire un impedimento, sostituirsi al benefattore fino a quando non si trova chi lo sostituisca in pianta stabile.

Altro impegno di Semi di Sorriso è di selezionare i progetti, cosa non banale da quelle parti. Perché di cose da fare ce ne sono tante, ma di persone affidabili secondo i nostri standard un po' meno.
In effetti uno dei grossi problemi ad operare in Africa è proprio il diverso peso che alcuni fattori hanno nella nostra cultura e nella loro. Il tempo, L'impegno, la relatività delle cose. Chi non capisce questo avrà grossi problemi in Africa, grandi frustrazioni e forti dolori di fegato.
Un esempio per tutti: il tempo.
I locali hanno come noi il concetto di tempo ma una differenza fondamentale è la visione temporale di sé stessi. Noi riusciamo a pensare a noi tra un anno, loro, mediamente, no. E questo, se uno prevede investimenti che porteranno benefici tra uno o due anni è un problema di non poco conto. Perché preferiranno sempre il piccolo beneficio immediato piuttosto che aspettarne uno più grosso.
L'arco temporale maschile è di circa 3 mesi (casualmente il raccolto). Chi, anche in questo caso, ha una marcia in più sono le donne. Loro a due – tre anni ci arrivano (casualmente, il fuori pericolo di un bambino). Con loro si possono fare progetti di più ampio respiro, senza contare che mediamente non bevono (l'alcol è un problema in Africa) e che, vista la bassa considerazione sociale di cui godono, quando vengono responsabilizzate, ne fanno un punto d'orgoglio personale arrivare al risultato. Lavorare con le donne è molto più immediato per la nostra forma mentis europea.

domenica 25 gennaio 2009

La potenza non è nulla senza il controllo :-)


Tutte le mattine penso all'Africa.
No, non sono un inguaribile romantico, è che, l'Africa lascia le sue cicatrici. Sull'anima, di sicuro, ma anche sul corpo, se non stai più che attento.
Lì dentro c'ero io, insieme al "pilota" locale e al medico della spedizione.
Essendo la nostra una compagnia seria, il nostro medico, socio e concretamente impegnato non poteva che eseere....un ginecologo.

Giorgio, questo è il suo nome, varesotto verace, ginecologo di talento e uomo che ha avuto la fortuna di far nascere più di diecimila bambini. Compagno di viaggio fantastico, un po' meno come compagno di stanza, visto che il suo respiro notturno è più prossimo ad una motosega che a qualcosa di umano.
Giorgio è più miracolato di me, mentre la macchina girava più volte, ho quest'immagine di lui buttato fuori dal finestrino e ricatapultato dentro prima che la vettura si adagiasse sul suo lato.

Oggi ci ridiamo sopra, mentre eravamo lì, ridevamo un po' meno.
Abbiamo riso poco aspettando l'aereo che ci avrebbe dovuto riportare a Pemba (Dio benedica il telefono satellitare). Abbiamo riso poco volando di notte sopra un Mozambico rischiarato dalle fiamme (centinaia d'incendi) abbiamo riso poco quando atterrando è mancata a 50 metri dal suolo la corrente in tutta la città spegnendo di botto i fari che illuminavano la pista e sicuramente non ho riso io entrando nell'ospedale in contemporanea ad un altro incidente, un po' più grande del nostro: si era ribaltato un camion. Il problema è che i camion, vista la penuria di mezzi di trasporto, quando non trasportano terra, trasportano gente e quello cappottato aveva il cassone con su una cinquantina di persone.
Vi risparmio le scene. Me le ricorderò per molto.

Oggi ci ridiamo sopra, fantasticando sul reale lavoro dell'improvvisato "pilota", e sulla fortuna di esserne usciti quasi completamente interi.
Intanto abbiamo imparato una lezione: l'Africa non ti perdona niente, quindi controlla sempre almeno tre volte. Equipaggiamento, notizie ed informazioni. Mai prendere per buono quello che ti dicono, controllalo sempre, non importa il grado del tuo interlocutore, controlla. E questo vale per i nostri progetti. Trovare persone che diano un resoconto costante, perché se non controlli, sparisce tutto sotto gli occhi.

Tutte le mattine, la mia schiena mi ricorda l'Africa, e mi ricorda di controllare.